Anastasia Di Penna: il volto, la voce e l’anima dei personaggi

Sono da sempre legato al femminino sacro, alla Madre Terra, a quell’idea del femminile inteso come principio generatore, capace di dare origine alla vita. È una sensibilità personale che accompagna il mio modo di guardare il mondo e che si intreccia con il mio interesse per la storia, la spiritualità e il Medioevo, un periodo al quale sono particolarmente legato per ragioni che appartengono al mio percorso personale.
È proprio nel corso delle mie ricerche su Federico II di Svevia, figura di grande rilievo nella storia del nostro Sud e particolarmente legata anche alla memoria di Bari, che mi sono imbattuto più volte in Bianca Lancia. Il suo nome continuava a emergere, distinguendosi tra le figure femminili che hanno attraversato quella stagione storica. Una donna forte, la cui vicenda è giunta fino a noi tra testimonianze storiche, ricostruzioni e aspetti che ancora oggi si confondono con la leggenda.
Nella mia ricerca della conoscenza e nel desiderio di trasformarla in divulgazione, la curiosità è una compagna inseparabile. Ed è stata proprio questa curiosità a condurmi ad Anastasia Di Penna, attrice che ha dato corpo e voce a Bianca Lancia attraverso il teatro.
Prima di contattare Anastasia, ho voluto fare un piccolo passo in avanscoperta, rivolgendomi a Rossella De Sario, mia amica e vicina di casa, della quale sapevo già il legame di parentela con lei. Dopo averle spiegato la mia intenzione, ho scoperto che Anastasia era disponibile ed entusiasta all’idea. A quel punto l’ho contattata direttamente sui social e abbiamo iniziato a comunicare anche telefonicamente.
Anastasia si è dimostrata fin da subito molto disponibile e cortese. Ha risposto con entusiasmo alle mie domande, aiutandomi ad approfondire e ad ampliare le informazioni che avevo raccolto durante le mie ricerche. Mi ha inoltre messo a disposizione materiale fotografico e video, accompagnandolo con spiegazioni preziose che mi hanno permesso di conoscere meglio il suo percorso artistico e il suo rapporto con i personaggi interpretati.
E qui devo confessare qualcosa che appartiene profondamente al mio modo di essere divulgatore.
Ogni volta che una persona mi racconta la propria storia, facendomi entrare, anche solo per un momento, nel suo tempo, mi sento come un viaggiatore temporale. È una sensazione che conosco bene e che accompagna tanti dei miei incontri, perché per me divulgare significa anche attraversare, con le parole delle altre persone, epoche, vissuti ed emozioni che altrimenti resterebbero lontani.
Questa volta, però, c’è stato qualcosa in più. Mentre comunicavo con Anastasia e approfondivo il suo legame con Bianca Lancia, ho avuto la sensazione di entrare in contatto, almeno in parte, anche con la donna medievale che tanto aveva stimolato la mia curiosità. Come se, attraverso l’interpretazione di Anastasia, qualcosa di Bianca riuscisse ancora a raggiungerci, superando la distanza dei secoli.
Naturalmente, è una percezione personale, il mio modo di vivere questo incontro tra ricerca storica, sensibilità e teatro. Ma è proprio da qui che è nata la voglia di raccontare questa esperienza e di conoscere più da vicino l’attrice che ha dato nuova vita a una figura così significativa per il mio percorso di ricerca.

Michelangelo Di Gennaro

Intervista:

1. Anastasia, quando hai capito che la recitazione sarebbe diventata qualcosa di più di una semplice passione? C’è un ricordo della tua infanzia in cui senti che tutto abbia avuto inizio?

In realtà, credo che il mio inconscio lo sapesse fin da quando ero piccola. Ho dei bellissimi ricordi d’infanzia: quando giocavo con la mia migliore amica, mi immedesimavo completamente nei ruoli che interpretavo.
Se facevo la maestra, ero davvero la maestra. Prendevo spunto dalle mie insegnanti delle elementari e ne imitavo ogni particolare, dal modo di scrivere a quello di tenere la penna. Ricordo, per esempio, una maestra che, mentre spiegava, giocherellava con una penna dotata di tappo: io facevo esattamente lo stesso. Imitavo anche il loro modo di sgridare.
Un altro ricordo a cui sono molto legata riguarda Un medico in famiglia. Guardavo sempre quella serie e mi piaceva tantissimo Maria Martini, interpretata da Margot Sikabonyi. Quando giocavo a fare la dottoressa, diventavo proprio come lei: una neuropsichiatra infantile. Cercavo di riprodurne gli atteggiamenti e ricordo persino il modo in cui teneva le labbra.
Anche quando giocavamo a fare le mamme con la mia migliore amica emergeva questo mio lato. Lei magari giocava per un’oretta, mentre io continuavo per due ore: rimanevo ancora lì, nei panni della mamma di quel bambolotto.
Mi è sempre piaciuto imitare, entrare completamente in quello che facevo e immedesimarmi nei personaggi. Sono questi i ricordi che mi porto dentro e penso proprio che, fin da piccola, il mio inconscio sapesse già quale sarebbe stata la mia strada.
Poi, crescendo e arrivando all’adolescenza, ho cominciato a chiedermi che cosa volessi fare nella vita. Mi sarebbe piaciuto diventare dottoressa, perché pensavo alla neuropsichiatria infantile; ma volevo anche fare la poliziotta o la maestra. A un certo punto mi sono chiesta quale mestiere mi avrebbe permesso di fare tante cose diverse e di interpretare tanti ruoli. La risposta è stata: l’attrice.
Mi è sempre piaciuto imitare, interpretare e immedesimarmi completamente in un personaggio. È così che ho capito che quella era la strada giusta per me.

2. Nel 2020 hai intrapreso un percorso di formazione presso l’Accademia Mediterranea del Cinema Amarcord di Bari. Che cosa ti ha spinto a scegliere questa esperienza e quali insegnamenti hanno contribuito maggiormente alla tua crescita?

Nel 2020 ho frequentato l’Accademia di recitazione a Bari. Ciò che mi ha spinta a farlo è stata la consapevolezza che, per svolgere al meglio questa professione, la passione e le capacità personali non fossero sufficienti: avevo bisogno di una formazione che mi permettesse di prepararmi concretamente per entrare in questo mondo.
Dopo aver fatto diverse ricerche, ho scelto quell’accademia anche perché, in quel periodo, non potevo spostarmi da Bari. Lavoravo lì e mettevo da parte i soldi proprio per sostenere la spesa della formazione.
È stata un’esperienza che mi ha permesso di approfondire diversi aspetti della recitazione. Ho seguito anche lezioni di doppiaggio, partecipato a vari cortometraggi e conseguito l’attestato al termine del percorso.
Ma se penso a ciò che mi ha fatto crescere davvero, mi viene in mente un’intervista a Virna Lisi, un’attrice che amo molto tra quelle di un’altra epoca. In quell’intervista diceva che, per fare questo mestiere, bisogna studiare.
Queste parole mi hanno fatto riflettere profondamente. Non basta avere delle capacità: bisogna studiare, perché questo vale per ogni professione. Che tu voglia diventare medico, avvocato o attore, la formazione è fondamentale.
Come per tutte le altre professioni, studiare. Punto!

3. Durante il tuo percorso hai preso parte a diversi cortometraggi accademici e, nel 2022, anche a uno spot pubblicitario per la Rai. Che cosa ti hanno insegnato le esperienze davanti alla macchina da presa? Quali differenze hai avvertito tra il lavoro cinematografico e quello teatrale?

Come ho detto prima, ho girato diversi cortometraggi accademici e ho partecipato anche a uno spot pubblicitario per la Rai. È stata un’esperienza emozionante: vederti in televisione, sapere che le persone ti stanno guardando e poter prendere parte a una produzione trasmessa da una rete così importante è qualcosa di molto gratificante. Mi sono sentita soddisfatta, perché ho avuto la sensazione di essere entrata concretamente in questo mondo.
Grazie all’Accademia ho avuto anche l’opportunità di avvicinarmi a un vero set televisivo. In quel periodo a Bari giravano la fiction Storia di una famiglia perbene e alcuni di noi dell’Accademia hanno partecipato come figuranti speciali o comparse, proprio per capire che cosa significasse lavorare su un set.
Io sono una persona che osserva molto i dettagli e cerca sempre di imparare. Per me è stato bellissimo vedere come si muovevano gli attori e come funzionava il lavoro di tutti: dalla troupe ai costumisti, dai truccatori al regista. Osservavo anche i loro atteggiamenti nei momenti in cui le riprese si interrompevano e veniva dato lo stop. È stata un’esperienza che mi ha permesso di crescere molto in questo ambito.
Successivamente ho partecipato anche a Il maresciallo Fenoglio come figurante speciale, entrando in contatto con gli attori protagonisti. Interpretavo una semplice barista, una coincidenza curiosa, perché il mio primo lavoro era stato proprio quello di barista! Ricordo di aver pensato: “Mi avete dato proprio pane per i denti!”.
Abbiamo ripetuto le riprese diverse volte, perché per ogni scena occorrono più inquadrature, ma per me ogni momento è stato emozionante. Anche se dovevo pronunciare soltanto un paio di frasi, ero felice di essere finalmente sul campo, dentro una produzione vera, e sapevo che avrei potuto essere notata. È stata un’esperienza davvero meravigliosa.
Per quanto riguarda le differenze tra cinema e teatro, credo che siano due modi diversi di vivere la recitazione. Davanti alla macchina da presa ci sono il “CIAK, AZIONE” e lo “STOP”, e una scena può essere ripetuta se qualcosa non va. A teatro, invece, quando arriva il momento di entrare in scena, devi andare avanti: non puoi fermarti e ricominciare da capo. È necessaria un’attitudine diversa.
C’è poi la questione del pubblico. A teatro hai gli spettatori davanti a te e puoi vedere direttamente le loro reazioni. In televisione puoi ricevere commenti dopo la messa in onda di una fiction, ma assistere dal vivo alle reazioni del pubblico è un’esperienza completamente diversa. Per me, il contatto diretto con gli spettatori ha un valore particolare.

4. Fai parte della compagnia teatrale amatoriale a scopo benefico “Lo Specchio di Francesco” con sede a Triggiano (BA). Come è nato il tuo incontro con questa realtà e che cosa rappresenta oggi per te?

Faccio parte de Lo Specchio di Francesco da circa due anni e mezzo, se non ricordo male. Per raccontare come è iniziata questa esperienza, devo tornare al 2023, quando ho vissuto un lutto importante: il mio nonnino è venuto a mancare. Il padre di mia madre era per me come un secondo papà e la sua perdita mi ha portata a mettere in pausa la mia professione e alcuni aspetti della mia vita. Per un periodo ho smesso di partecipare ai casting e di occuparmi di recitazione.
Nel 2024, però, ho visto un annuncio per un casting finalizzato alla realizzazione di uno spettacolo su Domenico Tanzella, in occasione della festa della Madonna del Pozzo a Capurso.
Anche se abito a Cellamare, Capurso è un luogo che porto nel cuore: tutti e quattro i miei nonni erano di lì, ho frequentato le scuole a Capurso e, in un certo senso, mi sento più capursese che cellamarese. Sono devota alla Madonna del Pozzo fin da quando avevo sedici anni e partecipo per devozione al suo corteo storico. Per questo, quando ho visto quell’annuncio, l’ho interpretato come un segno e mi sono detta: “Perché no? Forse è arrivato il momento di ricominciare”.
Ho deciso così di rimettermi in gioco, scegliendo il teatro, che per me rappresentava una novità: avevo studiato soprattutto cinematografia e confrontarmi con il palcoscenico era un’esperienza ancora da scoprire.
Ho partecipato al casting, sono stata presa e abbiamo preparato lo spettacolo, che è andato in scena il 23 agosto sul sagrato della Madonna del Pozzo, dando inizio ai festeggiamenti di quell’anno.
In seguito ho saputo che quella sera era venuto a vederci Pasquale Bucci, presidente e regista della compagnia Lo Specchio di Francesco. Nello stesso periodo, anche gli organizzatori del corteo storico avevano deciso di realizzare alcune scenette dedicate a Domenico Tanzella e avevano coinvolto Pasquale Bucci per la regia, sempre a scopo benefico. È stata proprio questa occasione a permettermi di conoscerlo meglio: mi aveva diretta nello spettacolo nel quale interpretavo la nipote di Don Domenico Tanzella.
Pasquale aveva visto anche la rappresentazione del 23 agosto e, forse perché gli ero piaciuta, mi ha proposto di interpretare Santa Chiara in Il sogno di Francesco, uno spettacolo che stiamo portando avanti ancora oggi.
Ho accettato, anche perché sentivo che questi incontri potevano rappresentare dei segni da parte di mio nonno e della Madonna del Pozzo. Ero già credente, ma in quel periodo mi sono avvicinata ancora di più alla fede. Ho vissuto questa opportunità come un invito a ripartire e ho deciso di accoglierla.
È così che è cominciata la mia esperienza con Lo Specchio di Francesco, attraverso il ruolo di Santa Chiara.
Credo che una delle cose più importanti che questa compagnia mi abbia dato sia proprio la possibilità di avere una palestra in cui esercitarmi e allenarmi a stare davanti al pubblico. Con lo spettacolo dedicato a San Francesco abbiamo fatto tante repliche e, interpretando Santa Chiara, ho avuto anche l’opportunità di avvicinarmi al canto.
Sono esperienze diverse che mi hanno permesso di mettermi alla prova e di crescere sul piano teatrale. Per me, Lo Specchio di Francesco rappresenta proprio questo: un luogo in cui continuare a imparare, sperimentare e scoprire nuove possibilità espressive.

5. Nelle nostre telefonate informative, hai descritto il teatro come una sorta di palestra, un luogo in cui confrontarti direttamente con il pubblico. Che cosa ti restituisce il contatto con gli spettatori che, invece, è diverso nell’esperienza cinematografica?

Per me il teatro è una palestra, un luogo in cui allenarmi a stare davanti al pubblico. Come dicevo, ciò che mi emoziona maggiormente è poter vedere in diretta le emozioni negli occhi degli spettatori: è qualcosa che davanti a una fiction o a un cortometraggio non puoi vivere nello stesso modo.
Puoi percepire le reazioni del pubblico attraverso un commento, un messaggio o una recensione, ma non puoi vederle direttamente mentre le persone assistono alla tua interpretazione. A teatro, invece, hai gli spettatori davanti a te e puoi coglierne le emozioni sul momento. È un’esperienza davvero coinvolgente.
Nel mio cuore, però, c’è il cinema, c’è la fiction. Ho notato che i miei occhi brillano un po’ di più quando mi trovo davanti alla macchina da presa.
Questo non significa che il teatro sia meno importante per me. È un’esperienza che porto nel cuore, una strada che considero preziosa e che ogni attore dovrebbe percorrere per arricchire il proprio bagaglio culturale e artistico.

6. Nel tuo percorso con la compagnia hai interpretato personaggi molto diversi, tra cui Santa Chiara e Nina Moscati, in uno spettacolo dedicato a San Giuseppe Moscati. Come ti prepari ad affrontare figure così distanti tra loro? Cerchi un punto di contatto con la tua personalità oppure parti soprattutto dalla storia del personaggio?

Santa Chiara e Nina Moscati sono due personaggi completamente diversi. Quando interpreto un ruolo, cerco sempre di distaccarmi da me stessa e di studiare a fondo la figura che mi viene chiesto di rappresentare.
Per preparare Santa Chiara, ho cercato di approfondire la sua vita e la sua storia, anche grazie alle informazioni che mi ha dato mia madre, che è molto credente e conosce bene la nostra religione. Ho ascoltato anche i suggerimenti di Pasquale Bucci, il mio regista.
Per me è fondamentale confrontarmi con il regista, capire le sue esigenze e le sue richieste, ciò che desidera dalla mia interpretazione e come vuole che io costruisca il personaggio. È anche attraverso questo confronto che è nata la mia Santa Chiara, che si è avvicinata al canto interpretando Tra le stelle, una canzone dedicata a San Francesco, scritta da Giuseppe Carone, detto Beppe, anche lui membro de Lo Specchio di Francesco, autore di poesie e canzoni.
Per Nina Moscati ho seguito un percorso di preparazione diverso. Oltre a confrontarmi con Pasquale, volevo capire personalmente chi fosse. Da piccola avevo visto la fiction su San Giuseppe Moscati con Beppe Fiorello, così sono andata a rivederla per approfondire il personaggio di Nina e cercare di interpretarlo al meglio. Ho letto anche il libro dedicato a Moscati, proprio per comprendere meglio la sua storia.
Il mio metodo cambia a seconda del personaggio. Se si tratta di una figura realmente esistita, parto dalla sua storia e cerco di capire com’era. Se, invece, è un personaggio inventato, cerco di costruirlo da zero, partendo dalla sceneggiatura, dalle indicazioni del regista e dai sentimenti che deve esprimere.
Con Nina ho vissuto anche la mia prima esperienza di canto in scena, perché mi è stato chiesto di cantare. Questo mi ha regalato un’emozione particolare, anche se entrambi i personaggi sono stati emozionanti per me.
Interpretare Santa Chiara significa dare vita a una suora, quindi richiede atteggiamenti e movimenti diversi. Nina Moscati, invece, è dura con il fratello, ma allo stesso tempo è divertente e umile, proprio come lui, San Giuseppe Moscati.
Con Nina mi sono anche divertita. Non significa che interpretare Santa Chiara non sia stato piacevole, ma sono due personaggi che mi hanno fatto vivere emozioni completamente diverse.

7. La tua interpretazione di Nina Moscati ti ha portata a ricevere un riconoscimento per il quale sei andata anche a Napoli. Che cosa ha significato per te quel premio e che cosa hai provato nel vedere riconosciuto il tuo lavoro?

Ho ricevuto il Premio San Giuseppe Moscati – “La prima medicina, l’infinito amore”, nell’ambito del Salone del Turismo Religioso e Culturale in Campania. Il riconoscimento mi è stato conferito domenica 16 novembre 2025, a Santa Lucia di Serino, in provincia di Avellino, per la mia interpretazione di Nina Moscati.
Insieme a me hanno ricevuto un riconoscimento anche il regista Pasquale Bucci, per la compagnia teatrale Lo Specchio di Francesco, e l’attore che interpreta San Giuseppe Moscati.
È stata un’emozione molto forte, perché quando ricevi un riconoscimento ti chiedi: “Wow, allora forse sono riuscita ad arrivare al pubblico!”. È stato, tra virgolette, il mio primo premio e per questo l’ho vissuto con un’emozione pazzesca. È stata un’esperienza bellissima.
C’è anche un aspetto che ha reso questo riconoscimento ancora più significativo.
Io, infatti, sono subentrata in un secondo momento: lo spettacolo non era nato con me nel ruolo di Nina Moscati, ma con un’altra attrice, che ha dovuto lasciare il ruolo per una maternità. Mi è stato quindi chiesto di interpretare quel personaggio.
Ricevere il premio è stato per me doppiamente gratificante, perché significava aver saputo portare avanti uno spettacolo già avviato, entrando in un ruolo che non era stato costruito inizialmente su di me. Sapere che il mio lavoro era stato apprezzato mi ha fatto sentire ancora più soddisfatta.
È stata un’esperienza bellissima, che ricordo con grande piacere.

8. Arriviamo a Bianca Lancia, protagonista dello spettacolo che ti vede impegnata con “Lo Specchio di Francesco”. Che cosa ti ha colpita di lei quando ti è stato proposto questo ruolo e come hai vissuto la decisione di interpretarla?

In realtà, non conoscevo affatto Bianca Lancia. È stato Beppe Carone, un mio carissimo amico, già citato in precedenza e anche lui componente de Lo Specchio di Francesco, a farmi conoscere e a raccontarmi questa meravigliosa figura.
È stato una sorta di colpo di fulmine: la sua storia, il suo vissuto e le somiglianze che ho avvertito mi hanno colpita immediatamente. Mi hanno incuriosita anche alcuni particolari, come il fatto di avere entrambe i capelli lunghi e biondi, oltre al mio interesse per il Medioevo. Sono state tante le coincidenze che mi hanno colpita e che mi hanno portata ad affezionarmi a questo personaggio.
Quando mi è stato proposto di interpretarla, ho provato un insieme di emozioni contrastanti. Ero felicissima, ma allo stesso tempo avevo un po’ di paura, perché si trattava del mio primo ruolo da protagonista a teatro, davanti al pubblico. Dovevo dare vita a una donna dalle caratteristiche molto forti e sentivo la responsabilità di rappresentarla nel modo giusto.
Alla fine, però, ho vissuto la decisione di accettare il ruolo con serenità.

9. Mi hai raccontato di sentirti vicina a Bianca e di riconoscerti in lei sotto diversi aspetti. Quali sono le caratteristiche, le emozioni o le esperienze del personaggio nelle quali senti di ritrovarti maggiormente?

Mi ritrovo tantissimo in Bianca Lancia, molto più di quanto mi sia capitato con gli altri due personaggi che ho interpretato, Santa Chiara e Nina Moscati.
Come dico sempre, quando sono in scena non c’è soltanto Bianca Lancia: ci sono anche io, Anastasia, e in quel momento formiamo un’unica persona. Le sue emozioni diventano le mie, perché nella mia vita ho vissuto esperienze simili a quelle che lei ha attraversato.
È proprio questo che mi lega così profondamente a Bianca e che, quando sono sul palco, mi permette di essere lei e, allo stesso tempo, di rimanere me stessa.

10. Bianca Lancia è una figura storica che non tutti conoscono quanto Federico II di Svevia, al quale è legata. Che cosa ti piacerebbe far scoprire al pubblico di questa donna, al di là delle vicende che la storia ci ha tramandato?

Mi piace questa domanda!
Provo a mettermi anch’io nei panni di una spettatrice: mi piacerebbe moltissimo che noi tutti conoscessimo Bianca Lancia più a fondo, considerandola come un personaggio indipendente.
Mi spiego meglio. Chi conosce la sua storia spesso la identifica come l’amante di Federico II. In questo modo, però, Bianca finisce per essere considerata una figura secondaria, quasi una conseguenza della vicenda di questo imperatore.
Io vorrei, invece, che venissero condotti studi più approfonditi su Bianca Lancia come protagonista della propria storia, e non come un personaggio secondario legato necessariamente a una figura principale come Federico II.
È questo che intendo quando parlo di una Bianca Lancia indipendente: una donna da conoscere per ciò che è stata, al di là del suo rapporto con l’imperatore.
Purtroppo, tra ciò che appartiene alla storia e ciò che si è tramandato attraverso la leggenda, non abbiamo moltissimo materiale. Proprio per questo mi piacerebbe che si approfondisse maggiormente la sua figura.

11. Nella tua lettura, la vicenda di Bianca non appartiene soltanto al Medioevo: temi come il potere, la violenza e il desiderio di dominio maschile sono ancora attuali. In che modo lo spettacolo riesce a mettere in dialogo la storia con la società contemporanea? E quale messaggio vorresti che lo spettatore portasse con sé uscendo dal teatro?

Ci sono temi che appartengono anche alla nostra attualità. Nello spettacolo ci sono scene che mostrano come il dominio dell’uomo sulla donna fosse presente all’epoca e continui, purtroppo, a esserlo ancora oggi.
Personalmente, ho sempre interpretato la morte di Bianca Lancia e la sua scelta di togliersi la vita come una decisione condizionata dalla necessità di dimostrare la propria fedeltà all’imperatore. È come se, nella mia lettura, Federico II fosse stato il mandante di quella morte. Per questo faccio fatica a definirla semplicemente un suicidio: la considero piuttosto una forma di femminicidio dell’epoca, perché ritengo che quella scelta sia stata la conseguenza di ciò che Bianca aveva subìto, a partire dalla reclusione in prigione mentre era incinta.
Quello che vorrei che il pubblico portasse con sé dopo lo spettacolo è la consapevolezza che certe dinamiche, purtroppo, esistevano già nel Medioevo e continuano a ripresentarsi nella società contemporanea.
Allo stesso tempo, però, vorrei che emergesse anche un altro aspetto di Bianca: era una donna forte e libera. Può sembrare contraddittorio, considerando le costrizioni a cui era sottoposta, ma lei cercava comunque di conquistarsi i propri spazi di libertà.
C’è una scena in cui mostriamo proprio questo: Bianca esce dal castello per andare tra la gente, al mercato, nonostante l’imperatore non volesse assolutamente che si allontanasse.
Vorrei quindi che gli spettatori ricordassero anche questa sua dimensione: Bianca non soltanto come una donna che ha subito il potere e la volontà di un uomo, ma come una persona forte, capace di rivendicare la propria libertà.

12. Il debutto dello spettacolo, nell’ottobre 2025, ha dato inizio a un percorso che ti ha portata nuovamente sul palco in diverse occasioni, anche davanti agli studenti del Liceo Cartesio di Triggiano, in provincia di Bari. In che modo è cambiato il tuo rapporto con Bianca nel corso delle rappresentazioni? Il personaggio ti ha rivelato qualcosa di nuovo a ogni ritorno in scena?

Partiamo dal presupposto che Bianca Lancia, ogni volta che l’ho interpretata, mi ha sempre regalato emozioni molto forti, in ogni spettacolo, in ogni luogo e in ogni situazione.
Ricordo in particolare la rappresentazione al Liceo Cartesio, perché quel giorno sono rimasta davvero meravigliata. Mi aspettavo ragazzi magari disattenti, che parlassero tra loro, che dopo un po’ si annoiassero o cominciassero a fare battute. D’altronde, parliamo di una fascia d’età compresa tra i quattordici e i diciotto anni.
Invece, vedere la loro attenzione costante e il modo in cui sembravano rapiti dallo spettacolo e dalla figura di Bianca mi ha emozionata moltissimo. Sono rimasta sbalordita!
Io Bianca la porto sempre nel cuore. Interpretarla è ogni volta un frullatore di emozioni.

13. Durante una serata dedicata alla poesia e alla fotografia, al Fortino di Bari, la compagnia ha ricevuto una coppa per lo spettacolo e tu hai ricevuto una collana con pietre Swarovski, come omaggio simbolico a Bianca. Che significato ha per te questo dono? Indossarlo durante ogni rappresentazione è diventato un modo per sentirti ancora più legata al personaggio?

L’esperienza al Fortino di Bari è stata meravigliosa, sia per me sia per tutta la compagnia Lo Specchio di Francesco.
Ricevere quella collana come omaggio a Bianca Lancia è stato qualcosa di speciale. Io l’ho vissuta come un segno da parte di Bianca stessa, un dono che per me ha assunto un significato molto più profondo di quello di un semplice gioiello.
Per me quella collana è Bianca Lancia.
Ogni volta che la indosso durante lo spettacolo, provo un’emozione particolare. È un onore, un privilegio, ma anche una grande responsabilità, perché sento di portare con me qualcosa che rappresenta proprio lei.
Quando salgo sul palco e indosso quella collana, è come se il mio legame con Bianca diventasse ancora più forte. Non sono soltanto Anastasia che interpreta un personaggio storico: nella mia sensibilità, è come se in quel momento fosse Bianca stessa a scendere in scena con me.
Ed è questo il significato più grande che attribuisco a quel dono: sentire che, ogni volta che torno a interpretarla, Bianca è lì con me.

14. Mi hai raccontato che il canto è entrato nel tuo percorso artistico quasi per caso: hai sempre canticchiato per conto tuo, senza esibirti in pubblico, finché in uno spettacolo non ti è stato chiesto di sostituire un personaggio che cantava. Che ricordi conservi di quel ruolo e che cosa hai provato quando hai scoperto che la tua interpretazione era piaciuta?

Diciamo che il canto ha sempre fatto parte di me, fin da quando ero piccola. Ricordo che, tra il 2008 e il 2009, quando avevo otto o nove anni, guardavo con le mie amichette Il mondo di Patty. A scuola imitavamo il loro musical e cantavamo le loro canzoni: era spettacolare!
Poi, quando ero a casa, mi chiudevo in camera, mettevo la musica a tutto volume e organizzavo i miei spettacoli canori. Sono una grandissima fan di Céline Dion e Renato Zero, quindi puoi immaginare che cosa combinassi quando ero piccolina!
Ho sempre cantato anche sotto la doccia e continuo a farlo ancora oggi. La mia prima vera esperienza artistica nel canto, però, è arrivata nel 2024, quando ho conosciuto Pasquale Bucci, che mi ha proposto il ruolo di Nina Moscati.
C’era bisogno di sostituire l’attrice che interpretava quel personaggio, perché doveva andare in maternità, ma Nina Moscati aveva anche delle canzoni da cantare. In un primo momento ho detto a Pasquale che, per quanto mi riguardava, poteva cantare qualcun altro al posto mio. Poi, però, mi sono detta che davanti al pubblico bisognava almeno tentare. Ho deciso di provare e vedere come sarebbe andata.
Quando ho cantato e ho visto che la mia interpretazione era piaciuta a Pasquale, ho avuto un attimo di stupore: mi sono meravigliata di me stessa! Allo stesso tempo ero felice, perché avevo scoperto una nuova possibilità da aggiungere al mio percorso artistico.
Da quell’esperienza è arrivato il ruolo di Nina Moscati, ed è stato meraviglioso!

15. Da quell’occasione si è innescato un effetto domino, che ti ha portata a interpretare anche altri personaggi che cantano. Quando hai capito che la tua voce poteva diventare una risorsa importante della tua espressività artistica?

L’effetto domino è arrivato subito dopo l’esperienza con Nina Moscati. Inizialmente, infatti, Santa Chiara non prevedeva parti cantate, ma successivamente Pasquale Bucci ha deciso di introdurre un canto. Beppe Carone ne ha scritto il testo, mentre altri componenti della compagnia si sono occupati degli arrangiamenti, dando vita alla canzone Tra le stelle.
In seguito è arrivato anche lo spettacolo su Bianca Lancia, che comprende diverse canzoni. Così, un’esperienza dopo l’altra, il canto è diventato una presenza sempre più importante nel mio percorso teatrale.
Devo dire che resto sempre abbastanza meravigliata dai commenti positivi e dai complimenti che ricevo dal pubblico per questa mia capacità artistica. Io, infatti, non mi sento assolutamente una cantante e, proprio per questo, quando qualcuno apprezza la mia voce e il mio modo di cantare, provo sempre una grande emozione.

16. Pur avendo ricevuto pareri positivi sulle tue capacità vocali, hai espresso il desiderio di perfezionarti attraverso una formazione specifica. Che cosa ti piacerebbe approfondire nel canto e quale spazio immagini possa avere la musica nel tuo futuro artistico?

Non ho mai studiato canto, ma proprio per questo sento il desiderio di arricchire il mio bagaglio artistico anche in questo campo. È un mondo meraviglioso, che ho iniziato a conoscere attraverso le esperienze teatrali, e mi piacerebbe scoprirlo sempre di più.
Vorrei imparare le tecniche della respirazione, approfondire tutti gli aspetti che riguardano il canto e acquisire gli strumenti necessari per migliorarmi. Sento che è un percorso che potrebbe aiutarmi a crescere artisticamente e, perché no, aprirmi nuove opportunità lavorative in futuro, magari anche nel mondo dei musical.
E poi c’è un desiderio che mi piacerebbe realizzare: chissà, un giorno potrei persino creare una canzone tutta mia e cantarla! Sarebbe bello poter dare voce a qualcosa che nasce da me, mettendomi ancora una volta alla prova e scoprendo dove questa strada potrebbe portarmi.

17. Tra cinema, teatro e canto, stai costruendo un percorso che si arricchisce di esperienze differenti. C’è una dimensione artistica nella quale ti senti oggi particolarmente a tuo agio, oppure ami proprio la possibilità di metterti continuamente alla prova?

Ti risponderei entrambe le cose! Come già detto, adoro il teatro: è un’esperienza bellissima, che porto e porterò sempre nel cuore. È un mondo che mi sta dando tanto e che considero una parte importante del mio percorso artistico.
Ma se c’è qualcosa che mi fa davvero brillare gli occhi, è stare davanti alla macchina da presa. Quando mi trovo lì, entro in un mondo tutto mio, quasi magico. È una sensazione speciale, qualcosa che mi fa sentire particolarmente a mio agio e che alimenta il mio amore per il cinema e la fiction.
Questo, però, non significa che voglia precludermi altre strade. Anzi, voglio lasciare sempre una porticina aperta alle nuove esperienze e alle nuove possibilità. Credo che ci sia sempre qualcosa da imparare, qualcosa da scoprire e un nuovo modo per mettersi alla prova.
Non voglio smettere di crescere, né sapere già oggi dove mi porterà il mio percorso. Preferisco continuare a vivere le esperienze che arriveranno, lasciandomi sorprendere dalle opportunità e da tutto ciò che potrò ancora imparare.

18. Guardando al cammino compiuto finora, qual è l’esperienza che senti ti abbia trasformata maggiormente, non soltanto come interprete ma anche come persona?

Non c’è un’esperienza in particolare che mi abbia trasformata più delle altre. Credo, piuttosto, che tutte le esperienze che ho vissuto in questo settore abbiano contribuito ad aggiungere qualcosa alla persona che sono oggi.
Non parlerei tanto di una trasformazione, quanto di tanti piccoli tasselli che, messi insieme, hanno arricchito la mia personalità e il mio modo di essere. Ogni esperienza mi ha lasciato qualcosa, mi ha permesso di scoprire un aspetto nuovo di me e ha contribuito, in qualche modo, a farmi crescere.
Per questo sono grata a tutte le meravigliose esperienze che ho vissuto, sia lavorative sia personali, lungo il mio percorso artistico. Ognuna ha avuto un valore e ha lasciato dentro di me qualcosa che, forse, da sola non avrebbe potuto darmi.
Se oggi sono la persona che sono, lo devo anche a tutto ciò che ho vissuto finora. Ed è bello pensare che il mio percorso non sia fatto soltanto di ruoli interpretati e di occasioni professionali, ma anche di esperienze che, una dopo l’altra, hanno contribuito a costruire la mia identità.

19. Quali sono i tuoi progetti e i tuoi desideri per il futuro? Ci sono personaggi che sogni di interpretare, generi teatrali o cinematografici che vorresti esplorare, oppure nuove sfide che senti di voler affrontare?

Sì, ci sono dei progetti per il futuro, ma non ti svelo nulla per scaramanzia: sono molto scaramantica!
C’è, però, un personaggio che sogno da tempo di interpretare. Fin da quando ero piccola sono appassionatissima dei videogiochi di Tomb Raider e della loro protagonista, Lara Croft.
Lara è un’archeologa, ma per me è una vera e propria supereroina: è un personaggio forte, avventuroso, che affronta situazioni pericolose, e si mette continuamente alla prova. Mi piacerebbe tantissimo poterla interpretare!
Per quanto riguarda i generi, adoro il giallo, il thriller e il crime. Possono sembrare simili, ma in realtà hanno al centro elementi narrativi differenti. Se dovessi scegliere un genere in cui mettermi alla prova, mi piacerebbe tantissimo affrontare un thriller ricco di suspense, tensione e momenti capaci di tenere lo spettatore con il fiato sospeso.
Finora ho interpretato anche personaggi legati alla spiritualità, come Santa Chiara, e mi piacerebbe sperimentare qualcosa di diverso, uscire un po’ da questi ruoli e confrontarmi con personaggi che mi permettano di esplorare altre sfumature della recitazione.
Insomma, mi piacerebbe mettermi alla prova in ruoli capaci di creare suspense e tenere il pubblico con il fiato sospeso. È una sfida che spero di poter affrontare nel mio futuro artistico!

20. Per concludere, se dovessi descrivere Anastasia Di Penna attraverso una sola parola, quale sceglieresti? E quale parola, invece, vorresti che il pubblico associasse ai personaggi che porti in scena?

Se dovessi descrivermi con una sola parola, sceglierei multi potenziale, perché sento di avere tante sfaccettature e il desiderio di esplorare diversi ambiti artistici.
La parola che, invece, vorrei che il pubblico associasse a ogni singolo personaggio che interpreto è professionale. Mi piacerebbe che, guardando una mia interpretazione, le persone riconoscessero la serietà e la professionalità con cui cerco di dare vita a ogni ruolo.

Una nota personale di Anastasia
Credo di aver iniziato quasi ogni singolo audio di risposta con questa parola: “Grazie!”
E proprio grazie a questa intervista ho capito che è probabilmente la parola che ripeto più spesso.
Voglio ringraziarti, Michelangelo, per questa bellissima esperienza, per esserti messo in contatto con me e per aver voluto conoscere il mio bagaglio artistico.
Mi hai rivolto domande che, a prima vista, potrebbero sembrare semplici, ma che in realtà sono complesse, delicate e centrate. Domande giuste, al momento giusto, che mi hanno riportata indietro nel tempo, fino a quando ero bambina. È stato come fare un salto temporale, ed è stato meraviglioso!
Nel risponderti ho avuto modo di riflettere su tanti aspetti della mia vita e ti ringrazio profondamente anche per questo. Mi sono divertita tantissimo!
Spero di essere stata esaustiva nelle mie risposte e di aver arricchito il tuo bagaglio di conoscenze, anche per quanto riguarda la storia di Bianca Lancia, una figura che porto e porterò sempre nel cuore.
Quindi, a presto! Magari ci saranno altre occasioni per nuove interviste.

Un forte abbraccio,
Anastasia

GALLERIA FOTOGRAFICA:

“Le radici del mio paese” – spettacolo su
Don Domenico Tanzella (23 Agosto 2024)

“Il sogno di Francesco” (18 Ottobre 2024)

  • Nei panni di Chiara d'Assisi (Santa Chiara)
  • Nei panni di Chiara d'Assisi (Santa Chiara)

“Giuseppe Moscati – il medico dei poveri”
(09 Novembre 2024)

  • Nei panni di Nina Moscati
  • Nei panni di Nina Moscati

“Bianca Lancia: Regina dei due tramonti”
(18/19 ottobre 2025)

Premio “San Giuseppe Moscati – il medico dei poveri” (16 Novembre 2025)

  • Premio "San Giuseppe Moscati il medico dei poveri"

Photo shoot

VIDEO:

Spot Rai: Prix Italia 2022
Reazione allo spot che la vede protagonista
Promo per la prima data dello spettacolo: Bianca Lancia – la regina dei due tramonti (18 Ottobre 2025)
Premio ricevuto per l’interpretazione di Bianca Lancia nello spettacolo teatrale omonimo (22 Giugno 2026)

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