A volte, nel mio percorso di divulgatore, gli incontri più interessanti nascono in maniera del tutto inaspettata.
È stato così anche per Cristian Cimatti.
La sua figura è entrata nel mio orizzonte attraverso Virginia Zanotti, artista e mosaicista che ho avuto il piacere di conoscere e intervistare. Durante uno dei nostri scambi, mi ha raccontato che stava accompagnando il suo “moroso” a una mostra di sculture. La mia curiosità, inevitabilmente, si è accesa, chiedendole ulteriori dettagli, scoprendo così il suo nome.
Da quel momento ho iniziato a esplorare il suo mondo artistico, soffermandomi sulle sue creazioni e cercando di comprendere quale universo potesse celarsi dietro quelle forme così particolari.
Eppure, osservando le sue opere, mi sono accorto che stava accadendo qualcosa di inatteso.
Ho avvertito una sorta di sospensione, una dimensione nella quale emozioni, spirito, spazio e Tempo sembravano perdere i propri confini abituali, come se ogni scultura potesse diventare il punto d’incontro di realtà differenti, capaci di coesistere nel Tutto e nel Tempo.
Non si è trattato soltanto di una percezione visiva. Ho sentito vibrazioni emotive e corporee, un intreccio di meraviglia, inquietudine, attrazione e stupore. Le sue opere mi hanno condotto in una dimensione personale, nella quale il significato non era necessariamente racchiuso nella materia, ma prendeva forma anche attraverso ciò che quelle forme riuscivano a suscitare in me.
Naturalmente, questa è la mia esperienza, il mio modo di leggere e sentire le sue sculture. Non so se Cristian abbia mai immaginato le proprie opere in questa prospettiva, né se riconosca in esse una simile dimensione. Ed è proprio da qui che nasce la mia curiosità e prende forma questa intervista.
Michelangelo Di Gennaro
Intervista:
1. Cristian, prima ancora di parlare delle tue sculture, vorrei conoscere l’uomo che c’è dietro le opere. Chi è Cristian Cimatti al di là della sua attività artistica? Quali esperienze hanno contribuito maggiormente a formare la persona che sei oggi?
Al di là della scultura sono una persona curiosa, osservatrice e probabilmente anche abbastanza inquieta. Ho sempre avuto bisogno di creare e di trasformare quello che avevo davanti. Le esperienze della vita, gli incontri, le difficoltà e soprattutto l’osservazione delle persone hanno contribuito a formarmi. Mi interessa molto l’essere umano, non soltanto nella sua parte estetica, ma nelle sue contraddizioni, nelle paure, nelle trasformazioni e in quello che spesso cerca di nascondere. Credo che tutto questo, inevitabilmente, sia poi entrato nelle mie sculture.
2. Ti definisci visionario e creativo, precisando però di non considerarti un artista e di non amare il mondo dell’arte. Come descriveresti il tuo rapporto con la creatività e con il mondo artistico contemporaneo?
Mi considero prima di tutto una persona creativa e visionaria. La definizione di “artista” non mi appartiene per vari motivi, credo che siano soprattutto le opere e il tempo a stabilire che cosa rimane di un percorso. Ho un rapporto abbastanza critico con il mondo dell’arte contemporanea, soprattutto quando prevalgono le dinamiche del sistema rispetto alla ricerca. Quello che invece amo profondamente è creare. Per me la creatività è una necessità: significa poter materializzare qualcosa che prima esisteva soltanto nella mia mente.
3. So che hai iniziato a creare fin dall’età prescolare, realizzando piccoli oggetti con il pongo. Che ricordo conservi di quel periodo? Ricordi il momento in cui hai capito che dare forma alla tua immaginazione sarebbe diventato qualcosa di più di un semplice gioco?
Il pongo è probabilmente il mio primo ricordo legato alla scultura, ma soprattutto è stato il materiale con cui ho cominciato a costruire interi mondi immaginari. Fin da piccolissimo passavo moltissimo tempo a modellare i personaggi dei cartoni animati e dei fumetti che mi appassionavano. Non mi limitavo però a riprodurli: inventavo nuovi personaggi, creature surreali, mostri improbabili e figure fantastiche che poi diventavano protagonisti di storie inventate da me.
Organizzavo scontri epici, battaglie straordinarie e avventure nelle quali questi personaggi si affrontavano, si alleavano e si trasformavano. In pratica realizzavo prima gli attori e poi mettevo in scena lo spettacolo. Avevo a disposizione interi eserciti di creature, con la differenza che dovevo costruirle tutte da solo.
Ricordo soprattutto l’attenzione quasi maniacale che dedicavo ai particolari. Riuscivo persino a modellare gli occhi con l’iride colorata e il minuscolo puntino nero della pupilla al centro. Tutto rigorosamente con il pongo! Non mi bastava che un personaggio fosse riconoscibile, volevo che avesse un’espressione, una personalità e una propria identità.
Ripensandoci oggi, credo che in quei giochi ci fosse già gran parte di quello che sarebbe diventato il mio linguaggio scultoreo: l’interesse per la figura, l’anatomia fantastica, la deformazione, le creature impossibili e soprattutto la necessità di dare una forma concreta a qualcosa che esisteva soltanto nella mia immaginazione.
Non ricordo un momento preciso in cui ho capito che sarebbe diventato qualcosa di più di un gioco. Probabilmente perché, in fondo, non ho mai smesso di giocare! Sono cambiati i materiali, le dimensioni, le tecniche e i significati, ma il meccanismo è rimasto sorprendentemente simile: immaginare qualcosa che non esiste e trovare il modo di farlo esistere.
4. Nel tuo percorso artistico hai sperimentato materiali e tecniche differenti, passando dal ferro alla ceramica, dal raku al legno, fino all’utilizzo di altri materiali e di parti organiche. A quali elementi ti riferisci esattamente? Come si è sviluppata questa evoluzione e che cosa ti spinge a scegliere e combinare materiali così diversi?
Ho sperimentato materiali differenti perché ognuno possiede un proprio linguaggio. La ceramica e soprattutto il raku sono diventati centrali, ma utilizzo anche ferro, metalli e materiali organici. Non considero questi elementi semplicemente decorativi: quando li inserisco devono avere una funzione concettuale. Il materiale organico può richiamare la natura, l’origine e qualcosa di primordiale; il metallo può invece suggerire la macchina, la tecnologia, l’artificio. Metterli insieme significa creare fisicamente quella tensione tra uomo, natura e tecnologia che ritorna spesso nel mio lavoro.
5. La tecnica raku occupa un posto importante nella tua produzione. Il fuoco, le screpolature e le trasformazioni della ceramica producono risultati che non sono sempre completamente prevedibili. Quanto ti affascina questa componente e quanto spazio lasci all’imprevisto nella realizzazione di una scultura?
È proprio uno degli aspetti del raku che mi affascina maggiormente. Puoi conoscere perfettamente la tecnica, ma non puoi controllare completamente ciò che accadrà. Il fuoco, gli sbalzi termici, le riduzioni, le superfici e le craquelure introducono una componente imprevedibile. Io preparo l’opera e cerco un determinato risultato, ma a un certo punto devo accettare che sia la materia a intervenire. L’imprevisto, quando funziona, non è un difetto: diventa parte dell’opera.
6. Osservando le tue opere, si incontrano volti, busti e figure che sembrano provenire tanto da civiltà antiche quanto da mondi ancora inesplorati. Sono forme che progetti fin dall’inizio oppure emergono progressivamente durante il lavoro, quasi come se la materia stessa suggerisse loro una propria identità?
Normalmente parto da un’idea abbastanza precisa, ma non voglio che il progetto iniziale diventi una gabbia. Durante la modellazione la forma può cambiare completamente. Un volto, una deformazione anatomica o un’estroflessione possono suggerirmi una direzione che inizialmente non avevo previsto. Mi interessa proprio questo confine: sapere dove voglio andare ma lasciare abbastanza libertà alla materia e all’intuizione per poter arrivare da un’altra parte.
7. Quando ho osservato le foto delle tue sculture, ho avuto una sensazione particolare: quella di una sorta di sospensione, come se emozioni, spirito, dimensioni e Tempo potessero coesistere in un’unica esperienza, in una percezione del Tutto che ci circonda. È una mia interpretazione personale, naturalmente, ma mi piacerebbe sapere se ritrovi qualcosa di questa sensazione nella tua ricerca o se il tuo modo di vivere le opere è completamente diverso.
Mi riconosco in parte nella tua interpretazione. Le mie opere nascono soprattutto da una riflessione sull’essere umano contemporaneo, sulla sua coscienza e sul suo rapporto con ciò che lo circonda. Però mi interessa molto che possano generare interpretazioni diverse dalla mia. Se tu davanti alle mie sculture hai percepito una sospensione nella quale emozione, spirito, spazio e tempo sembrano sovrapporsi, quella percezione è diventata parte dell’opera nel momento stesso in cui l’hai provata. Non credo che una scultura debba avere necessariamente una sola lettura.
8. Nelle tue sculture sembrano convivere contrasti molto forti: fragilità e resistenza, natura e tecnologia, armonia e deformazione. Sono contrapposizioni che cerchi deliberatamente oppure nascono dall’incontro tra i materiali, le forme e il processo creativo?
Sono contrasti che cerco, anche se durante la realizzazione possono svilupparsi in maniera spontanea. Natura e tecnologia, bellezza e deformazione, fragilità e forza sono aspetti che appartengono all’essere umano contemporaneo. Mi interessa soprattutto la deformazione perché non la considero necessariamente qualcosa di negativo. Nelle mie figure l’anomalia, l’innesto impossibile o l’estroflessione anatomica possono diventare una forma di libertà: la possibilità di essere qualcosa che in natura non potrebbe esistere.
9. In alcune tue dichiarazioni hai descritto le tue creazioni come legate alla disperazione e alla miseria dell’essere umano, osservato da prospettive differenti. Quanto è ancora presente questa dimensione nella tua ricerca artistica? E quali altri aspetti dell’esistenza senti oggi il bisogno di esplorare attraverso le tue sculture?
Non parlerei tanto di disperazione, quanto piuttosto delle miserie e delle risate che accompagnano il viaggio dell’uomo evacuato come un detrito della società. Sono due facce della stessa esistenza: una negativa e una positiva, che spesso convivono e si intrecciano in maniera quasi grottesca. L’essere umano è capace di gesti straordinari e, contemporaneamente, di bassezze incredibili. Sa essere ridicolo, meschino, generoso, brillante e contraddittorio, a volte tutto nello stesso momento. È proprio questa complessità che mi interessa rappresentare. Non voglio offrire una visione esclusivamente cupa dell’umanità, perché nella vita esistono anche l’ironia, il divertimento e la gioia di ridere. Osservo quello che mi circonda, cerco di tradurlo in forme, senza necessariamente imbrattare o addolcire. Mi considero un realista, non un pessimista. Il pessimista vede il bicchiere mezzo vuoto, l’ottimista lo vede mezzo pieno. Io guardo il bicchiere, mi chiedo chi abbia bevuto senza offrirmene e poi magari ci faccio una scultura sopra.
10. Come nasce una tua nuova opera? Tutto parte da un’immagine, da una sensazione, da una riflessione oppure è la materia stessa a suggerirti una direzione? Quanto conta l’imprevisto durante il processo creativo?
Non esiste una regola. A volte nasce prima un’immagine mentale molto precisa, altre volte una sensazione, una frase, un problema che continuo a portarmi dietro. In altri casi è un materiale a suggerirmi qualcosa. Posso partire pensando di realizzare un’opera e terminarne una molto diversa. L’imprevisto è fondamentale perché, se sapessi già esattamente come sarà una scultura prima ancora di iniziarla, probabilmente mi interesserebbe molto meno realizzarla.
11. I titoli delle opere possono condizionare il modo in cui vengono osservate e interpretate. Come scegli i titoli delle tue sculture? Sono una chiave per comprenderne il significato oppure preferisci lasciare che sia l’osservatore a costruire liberamente la propria interpretazione?
Per me il titolo non è particolarmente importante e soprattutto non deve diventare una spiegazione dell’opera. Anzi, potrebbe essere esattamente il contrario: un contrasto, una provocazione, qualcosa di apparentemente fuorviante che, a un primo sguardo, non c’entra assolutamente nulla con ciò che si sta osservando. Potrebbe persino essere un nonsense, una parola o un’espressione completamente assurda. Non sento il bisogno di accompagnare ogni scultura con una chiave di lettura che ne giustifichi l’esistenza. A volte un titolo può suggerire qualcosa, altre volte può deliberatamente portare fuori strada. Mi piace pensare che anche questo faccia parte del gioco. In fondo, perché dovrei spiegare con delle parole qualcosa che ho scelto di esprimere attraverso l’immagine scultura?
12. Hai raccontato che alcune delle tue opere hanno suscitato reazioni molto forti, anche di paura o di rifiuto. Quanto conta per te la reazione del pubblico? E che cosa ti interessa scoprire attraverso lo sguardo di chi osserva le tue creazioni?
La reazione del pubblico mi interessa moltissimo. Oppure non me ne frega assolutamente nulla. Dipende dal giorno, dalla persona che ho davanti e probabilmente anche dal mio umore. Ci sono osservazioni che possono sorprendermi, interpretazioni alle quali non avevo pensato e confronti che considero estremamente stimolanti. Poi ci sono situazioni nelle quali capisco immediatamente che qualsiasi spiegazione sarebbe soltanto una perdita di tempo. Non tutte le opinioni hanno necessariamente lo stesso valore e non sempre ho voglia di ascoltarle. A volte è interessante fermarsi a discutere, altre volte la scelta più intelligente è semplicemente scappare. Anche perché, davanti a certe persone, più che difendere una scultura bisognerebbe difendere la propria pazienza.
Ma ancora peggio dei visitatori che dicono che le mie sculture sono brutte o fanno paura, ci sono gli “igienici complimenti”: quei complimenti sterili e ripetitivi “che bello”, ai quali si risponde con un “grazie” e un sorrisino forzato. Con la carta igienica almeno ci si pulisce, mentre con certi inutili complimenti non ci si pulisce neppure! Quindi preferisco rendere gli animi inquieti, sconvolgerli, provocare paura, disgusto o qualsiasi altra reazione, piuttosto che ricevere l’ennesimo apprezzamento vuoto e insignificante. Almeno avrò smosso qualcosa, invece di contribuire alla produzione industriale di noiosi “igienici complimenti”.
13. Una volta terminata una scultura, che rapporto si instaura tra te e l’opera? Continui a sentirla profondamente tua oppure, quando viene esposta e incontra il pubblico, diventa qualcosa di autonomo, appartenente anche a chi la osserva? Tra tutte le opere che hai realizzato nel corso del tuo percorso, ce n’è una o ce ne sono alcune alle quali sei particolarmente legato? Che cosa le rende speciali per te?
Una volta terminata, una scultura continua ad appartenermi, ma quando incontra il pubblico comincia a vivere anche attraverso gli occhi e le interpretazioni di chi la osserva. Ognuno può riconoscervi qualcosa di diverso, anche molto lontano dalle mie intenzioni iniziali.
Tra le opere a cui sono più legato c’è sicuramente “Ganapino il Pleonastico”, una scultura in ceramica, ossa e ferro. Ganapino è un reietto della società, un essere deforme, brutto, considerato inutile, che nessuno vuole e che tutti evitano. Continuamente offeso, umiliato e maltrattato, porta dentro di sé un universo di sofferenza e rabbia. I teschi e le ossa che popolano la sua mente rappresentano il suo dispiacere, mentre le creature mostruose che vi sono imprigionate sono bestie furiose che vorrebbero uscire e vendicarsi di tutte le cattiverie subite.
Ma Ganapino è la gabbia di sé stesso. Trattiene tutta quella furia, non lascia uscire nulla, non reagisce. Rimane soltanto un essere profondamente triste, solo ed emarginato, che continua a subire il rifiuto degli altri.
Sono particolarmente legato a quest’opera perché Ganapino, nonostante il suo aspetto mostruoso, non è il vero mostro. La vera mostruosità appartiene alla società che lo giudica, lo umilia e lo rifiuta semplicemente perché è diverso.
14. Alcune tue opere, come “Nefertiti” e “Radici”, hanno trovato una collocazione permanente in contesti espositivi e pubblici. Che significato attribuisci al fatto che una tua scultura possa rimanere nel tempo, incontrando gli sguardi di persone che magari non conosceranno mai la storia della sua creazione?
Nefertiti si trova al Museo dell’Artigianato Artistico Abruzzese, mentre Radici è entrata a far parte di una galleria a cielo aperto grazie all’Associazione Regnoli 41 APS.
La cosa divertente è pensare che queste sculture abbiano trovato una sistemazione stabile, mentre io continuo a spostarmi, cercare spazi e inventarmi nuove situazioni. In un certo senso loro si sono sistemate meglio di me!
In fondo, una scultura collocata permanentemente ha un vantaggio enorme rispetto al suo autore: non deve più preoccuparsi di trovare un posto dove esporre.
15. Con “Human Translation” hai immaginato una possibile seconda evoluzione dell’essere umano, oscillante tra l’avvicinamento alla macchina e un ritorno alla natura. Da dove nasce questa riflessione? E come immagini il rapporto tra identità umana, progresso tecnologico e natura nei prossimi decenni?
Human Translation nasce da una domanda: quale potrebbe essere la prossima evoluzione dell’essere umano? Non necessariamente un’evoluzione biologica, ma una trasformazione determinata dalle nostre scelte. Vedo due direzioni apparentemente opposte: da una parte una fusione sempre maggiore con tecnologia, intelligenza artificiale e macchina; dall’altra il bisogno di recuperare un rapporto primordiale con la natura.
Probabilmente il futuro sarà una contaminazione tra queste due possibilità. La tecnologia può migliorare enormemente la nostra esistenza, ma può anche isolarci. Il problema non è quindi la tecnologia in sé, ma il rapporto che decidiamo di costruire con essa.
16. Nel 2026 hai presentato “Immersione”, una mostra pensata per dialogare con l’ambiente
dell’Idro Ecomuseo delle Acque di Ridracoli, con alcune opere collocate direttamente nell’acqua e altre concepite per creare un’esperienza immersiva. Quanto cambia il significato di una scultura quando viene progettata per un luogo specifico? E che cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Con Immersione il luogo non era semplicemente lo spazio nel quale collocare le opere: diventava parte del progetto. All’Idro Ecomuseo delle Acque di Ridracoli, l’acqua, l’ambiente e le sculture dovevano dialogare tra loro. Alcune opere collocate direttamente nell’acqua cambiavano a seconda della luce, dei riflessi e del punto di osservazione.
Questa esperienza mi ha confermato che una scultura può andare oltre l’oggetto isolato. Quando viene pensata per un luogo preciso può nascere un rapporto tra opera, ambiente e spettatore che modifica completamente la percezione del lavoro.
17. Oltre alla tua produzione personale, hai ricoperto il ruolo di ideatore e curatore di iniziative come “Roccambolesca”. Quanto è importante per te creare occasioni di incontro e confronto tra artisti? E che cosa hai scoperto, nel corso di queste esperienze, sul valore della condivisione artistica?
Quello dell’organizzazione e della curatela (NdR: revisione, ordinamento, introduzione e commento critico/filologico di opere altrui) è stato probabilmente il capitolo più triste e sofferto del mio operato. Un’esperienza che avrebbe dovuto rappresentare soprattutto condivisione, confronto e crescita si è rivelata, in diverse occasioni, profondamente segnata dalla parte peggiore dell’essere umano.
Ho incontrato cattiveria, odio, invidia, raggiri, menzogne, offese profonde, mancanza di rispetto e di considerazione. Frecce scagliate nell’ombra, alle mie spalle, spesso proprio da persone dalle quali non me lo sarei mai aspettato. Problemi continui, ostacoli gratuiti e bastoni fra le ruote, talvolta messi da chi avrebbe dovuto collaborare alla riuscita di un progetto comune.
È in queste circostanze che ho visto manifestarsi la bassezza umana nelle sue forme più meschine. Persone pronte a pugnalarti alle spalle pur di conquistare una briciola di visibilità, di riconoscimento o di potere, come se quella briciola valesse più della dignità, della correttezza e del rispetto reciproco.
La cosa più amara è che tutto questo sia accaduto proprio in un ambiente che dovrebbe nutrirsi di sensibilità, cultura, apertura mentale e capacità di confronto. Evidentemente la sensibilità artistica non garantisce quella umana.
Queste esperienze mi hanno insegnato molto, ma non necessariamente quello che avrei voluto imparare. Mi hanno mostrato quanto possa essere difficile costruire qualcosa, quando attorno a te c’è chi è più interessato a distruggere che a contribuire.
Non voglio però confondere le persone che si sono comportate in questo modo con tutte quelle che hanno collaborato onestamente. Ho incontrato anche persone valide e sincere, ed è giusto riconoscerlo.
Resta comunque una considerazione piuttosto amara: a volte, nel tentativo di promuovere l’arte e la bellezza, ci si ritrova a conoscere molto da vicino la miseria umana. Ed è forse proprio questa la lezione più significativa che mi porto dietro da quelle esperienze.
18. Virginia Zanotti ha partecipato ad alcune iniziative di Roccambolesca, da te curate. Mi piacerebbe sapere cosa ti colpisce del suo percorso artistico. Il suo linguaggio, fatto di mosaici, luce e materiali, è molto diverso dal tuo. Quanto ritieni importante il confronto con artisti che esprimono la propria creatività attraverso tecniche e sensibilità differenti? Pensi che queste esperienze possano arricchire, in qualche modo, anche la tua ricerca personale?
Di Virginia Zanotti mi interessa innanzitutto il fatto che abbia un linguaggio molto diverso dal mio. Il mosaico possiede una logica, una costruzione e un rapporto con luce e materia completamente differenti dalla scultura che realizzo io. Ed è proprio questa distanza a rendere interessante il confronto.
Non credo sia utile confrontarsi soltanto con artisti simili a noi. Al contrario, entrare in contatto con tecniche, idee e sensibilità differenti può mettere in discussione le proprie certezze.
Non significa necessariamente assorbire il linguaggio dell’altro, ma può cambiare il modo in cui osserviamo il nostro stesso lavoro. Il confronto, quando è autentico, inevitabilmente lascia qualcosa.
19. Se potessi incontrare un personaggio del passato, appartenente a qualsiasi epoca storica, chi sceglieresti e perché? E quale sarebbe la prima domanda che gli rivolgeresti?
Senza alcun dubbio Michelangelo Buonarroti. Per me la Pietà e il David sono le due sculture più belle del mondo, due vertici assoluti della storia dell’arte e della capacità umana di dare forma alla materia.
Mi piacerebbe immaginare di incontrarlo, magari mentre lavora, di poterlo osservare da vicino e di trovarmi davanti all’uomo che è riuscito a realizzare qualcosa di così straordinario.
E quale sarebbe la prima domanda che gli rivolgerei?
Non ne ho la minima idea!
Probabilmente non riuscirei nemmeno a parlare. Rimarrei semplicemente a bocca aperta, in silenzio, a guardarlo. E basta!
20. Per concludere, vorrei chiederti qualcosa che va oltre la tecnica e la materia. Se potessi lasciare un pensiero, un’emozione o persino una domanda a chi, oggi o in futuro, si troverà davanti a una tua scultura, che cosa vorresti che restasse di te attraverso le tue opere?
Non ho la pretesa di lasciare un messaggio eterno, né mi interessa particolarmente immaginare che cosa penseranno di me tra cento o duecento anni. Dopo la mia morte va benissimo anche sparire completamente nell’indifferenza, essere dimenticato, non lasciare nessuna traccia nella memoria collettiva.
Non sento il bisogno di inseguire una forma di immortalità attraverso l’arte. Se le mie sculture continueranno a esistere e qualcuno proverà qualcosa osservandole, bene. Se invece finiranno dimenticate, pazienza. Non sarò certo lì a preoccuparmene.
Ma finché sono vivo, sono qua!
Continuo a creare, a sperimentare, a immaginare cose che non esistono e a cercare di trasformarle in materia. Continuo a osservare l’essere umano, a sorprendermi delle sue contraddizioni, a indignarmi per le sue miserie e a ridere delle sue assurdità.
Quello che rimarrà dopo non posso saperlo e, sinceramente, non è un problema che mi riguarda particolarmente.
Il mio tempo è adesso. E finché ci sono, ho ancora qualcosa da fare.
Le opere di Cristian Cimatti
Cristian ha scelto di lasciare queste immagini libere da didascalie e descrizioni. Ho voluto rispettare questa indicazione, perché le sue opere possano incontrare direttamente lo sguardo di chi le osserva, senza suggerimenti o interpretazioni preventive. Ogni immagine rimane così aperta alle sensazioni, alle emozioni e alle letture personali che saprà suscitare in ciascuno di noi.



































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