Ho conosciuto Virginia Zanotti, casualmente sui social, attraverso alcune pagine dedicate ai robottoni dei cartoni animati giapponesi andati in onda a cavallo fra gli anni del 1970 e del 1980.
È stato proprio lì che ho scoperto alcuni dei suoi mosaici a tema e sono rimasto letteralmente folgorato dalla sua arte. La curiosità mi ha portato poi a conoscere meglio il suo percorso e le sue opere, spingendomi ad esplorare il suo lavoro e a voler conoscere meglio l’artista che si nasconde dietro quelle tessere, quei colori e quelle immagini.
È così che ho deciso di chiederle “l’amicizia” su Facebook, inizialmente per poter seguire più da vicino i suoi lavori, ma con l’idea successiva, di poterla intervistare per questo mio blog.
E oggi, quella curiosità nata davanti a un mosaico dedicato a un robottone, è diventata questa intervista.
Michelangelo Di Gennaro
Intervista:
1. Come ben sai, mi sono imbattuto nei tuoi mosaici dedicati ai robottoni e ne sono rimasto letteralmente folgorato. Come è nata l’idea di portare questi personaggi nel mondo del mosaico?
Grazie innanzi tutto di avermi contattata e aver condiviso l’apprezzamento per il modo in cui uso l’arte del mosaico! Per me è sempre un grande piacere constatare che persone estranee ad essa si avvicinano grazie a ciò che faccio e, in effetti, questa è l’idea che sta alla base del riprodurre i “robottoni” a mosaico! Tutto è partito molti anni fa quando un caro amico mi commissionò un Voltron; era la prima volta che facevo una cosa del genere e l’effetto finale fu sorprendente! Poi però un’altra idea cominciò a formarsi; cosa sono i “robottoni” per gli adulti di oggi che sono cresciuti con i cartoni di quegli anni? Riscontrando quanto piacesse il soggetto ho cominciato a ricercare e imbattendomi in un’intervista a Gianni Rodari, il quale difendeva Goldrake paragonandolo a un Ercole moderno, mi si è accesa la lampadina: I robottoni sono i nuovi eroi contemporanei e dato l’attaccamento che ancora oggi gli adulti hanno nei loro confronti, forse necessitano di essere elogiati in un fermo immagine eterno (il mosaico) per rassicurare quei bambini interiori che ancora hanno voglia di sognare e al tempo stesso far conoscere l’ arte del mosaico sotto una nuova luce; in fondo stiamo parlando sempre di arte, comunicazione visiva: il primo linguaggio dell’umanità! Da qui la mia ricerca nello stile usato dagli antichi greci e romani nel rappresentare i loro eroi contrapposto alle forme dei personaggi di fantasia nipponici del dopo guerra.
2. I robottoni appartengono alla memoria e all’immaginario di una generazione. Quando realizzi un personaggio che il pubblico conosce già, quanto cerchi di rispettare quell’immagine e quanto, invece, senti il bisogno di trasformarla attraverso il tuo linguaggio visivo?
Per ora mi attengo alle linee create dai disegnatori originali ma mi piacerebbe anche creare nuove pose e stili, sulle colorazioni e andamenti invece seguo in parte le leggi musive classiche e un senso personale che dia all’occhio di chi guarda una direzione armonica da seguire.
3. Cosa pensi che accada quando un’immagine pop, nata per essere vista su uno schermo, viene ricomposta attraverso una tecnica antichissima come il mosaico?
Quello che spero è che dia una risposta “metafisica” al cervello, che crei una sorta di black out, una perdita momentanea di equilibrio: questo serve ad attirare l’attenzione in primis ma poi a farsi domande, a chiedersi come è fatto, se è vero, quale senso possa avere… in fondo questo ha attirato anche te e di domande ne sono arrivate tante!
In una società che pretende di aver risposte a ogni cosa stiamo smettendo di sorprenderci e ragionare. Questi lavori, spero, diano una piccola voglia di metter in discussione cose date per scontate.
4. Tu arrivi al mosaico dopo esperienze legate alla moda e alla pittura. Che cosa è successo in quell’incontro del 2004 che ti ha fatto comprendere che il mosaico potesse essere espressione della tua arte?
Sicuramente il mettere insieme i pezzi: letteralmente! Sono sempre stata una persona con mille interessi e mille idee al secondo, ma fare mosaico mi dona pace. Disgregare pezzi che erano interi, come lastre di marmi o pizze di vetro, e poi mescolare tutto per dare un nuovo ordine e un nuovo senso, è un atto magico. In oltre il mosaico ha la capacità di tenerti concentrato su ogni singola tessera che posi, per poi farti allontanare e non vederne più nessuna perché ammiri l’insieme! Questo è ciò che amo fare anche con le idee e con le persone; ognuno da solo ha una sua importanza e bellezza ma insieme si ha un potere grandioso (vedi Voltron!)
5. C’è qualcosa della moda e della pittura che ancora oggi sopravvive nelle tue opere, magari senza che tu lo faccia consapevolmente?
Sicuramente la necessità di leggerezza; il mosaico è un’arte fisicamente pesante, mentre quando lavoravo con la moda amavo certi tessuti sinuosi e leggeri… così è nata l’idea di creare mosaici che poi stampo ripetuti su tessuti, formando delle decorazioni musive da indossare!
6. Il frammento, nel tuo lavoro, non sembra rappresentare una rottura ma un inizio. Quando hai capito che la frattura poteva diventare un tuo modo di esprimerti artisticamente?
Che bella domanda! Direi di averlo capito quando ho avuto il coraggio di lasciare un lavoro sicuro (sempre per un’azienda in cui facevo la mosaicista), per trovare la mia strada riponendo tutta la fiducia che potevo nelle mie capacità. Non nego che è stata durissima, a tratti ho avuto voglia di buttare tutto all’aria, ma poi accadevano sempre dei piccoli miracoli come richieste di lavoro specifiche, per quello che sapevo fare o idee nuove da proporre per andare avanti. Il mosaico letteralmente mi ha salvata e distrutta diverse volte, ma a oggi posso dire che vince ancora la voglia e la curiosità di vedere dove mi porta.
7. Pietra, marmo, vetro, ceramica, madreperla: materiali diversi hanno personalità diverse. Ce n’è uno che ti ha insegnato qualcosa che non sapevi ancora di te?
Il marmo che è definitivamente il materiale più naturale di tutti. La terra nella sua formazione millenaria ha creato migliaia di minerali e pietre di ogni colore; io impazzisco quando visito le cave, i marmisti o anche semplicemente i sassi su cui cammino, perché davvero mi rendo conto di quanto sia prezioso questo pianeta con le sue creazioni e mi sento onorata di poterle usare nei miei lavori. Alcune pietre e marmi sono estinte, altre sono causa di guerre e traffici illeciti, per cui ho imparato a usare questi materiali consapevolmente cercando di rendere dignità a ogni frammento perché davvero unico e irripetibile.
Come siamo noi o, più in profondità, come è ogni parte del nostro essere.
8. Quando realizzi un’opera, come scegli la tessera giusta? Sei tu a scegliere oppure, qualche volta, è la tessera a “chiamarti”?
C’è una cosa divertente che ho scoperto non accadere solo a me ma anche a molti colleghi/e: io parlo spesso con le tessere. A volte mi incaponisco perché voglio esattamente quella forma, altre mi arrendo e scelgo qualche scheggia o tessera che non reputavo adatta, ma che invece alla fine ci sta benissimo!
E tutto questo è condiviso anche verbalmente col piano di lavoro!
9. Il mosaico è un lavoro estremamente fisico: mano, postura, precisione, pazienza. C’è un gesto particolare del tuo lavoro nel quale senti di riconoscerti maggiormente?
Sicuramente l’uso della martellina; una sorta di martello a doppia punta con cui tramite la battuta sul tagliolo (una piccola incudine posta su tronco di legno) si rompono le tessere. Sembra facile a vedersi ma ogni inclinazione, respiro, postura del corpo e visione mentale contribuiscono a dare risultati diversi; è una meditazione, bisogna esser presenti con tutto il proprio essere nel qui e ora mentre si usano questi strumenti che, per altro, sono gli stessi immutati che usavano anche gli antichi romani!
10. E poi c’è la luce. Una tessera può sembrare una cosa completamente diversa a seconda di come viene colpita dalla luce. Quanto la luce partecipa alla creazione di un tuo mosaico?
In linea generale, molto. Spesso preferisco materiali opachi perché trovo che il riflesso della luce, se l’opera è esposta in un luogo sbagliato, ne rovini e disturbi la visione. Ma ammetto che, piacendomi le sfide, a un certo punto ho iniziato a giocare con la luce e con l’ombra, creando mosaici in rilievo in cui, in assenza di luce laterale, si può vedere un’immagine di base, mentre, ponendo un’illuminazione laterale, emerge, attraverso l’ombra delle tessere in rilievo, un’altra figura.
11. Il mosaico è lento. Viviamo invece in una società che ci chiede continuamente velocità. Che rapporto hai con questa lentezza? È qualcosa da difendere?
Io difendo a spada tratta la lentezza: è un valore che stiamo perdendo nonostante ogni cosa che ci circonda racconta che è per risparmiare tempo; in realtà finiamo per essere sovraccarichi, sfiniti e sempre con un ammanco di ore sacrificate ad altro, rispetto quello che vorremmo fare. Il mosaico non permette la velocità, né la troppa distrazione. Specialmente in questi tempi ha molto da insegnare e sono molto felice quando riesco a farlo scoprire ad altri, specialmente persone con una vita sempre di corsa.
12. Che ruolo ha il silenzio nel tuo laboratorio? È un alleato, un complice o una parte vera e propria del processo creativo?
Dipende dalle fasi del lavoro. Spesso passo ore o giornate intere in silenzio senza accorgermene, ma, se il lavoro è già impostato e non richiede una concentrazione totale, mi concedo l’ascolto di musica o podcast.
13. Nel tuo percorso il mosaico incontra anche respirazione, visualizzazione e dimensione interiore. Cosa accade quando il gesto manuale diventa anche meditazione?
Accade ciò che gli antichi avevano già capito quando diedero il nome “musaico” a questa arte: vicinanza con il divino. Pare infatti che la parola “musaico” derivi dalle Muse, le figlie di Zeus che ispiravano divinamente gli esseri umani che si dedicavano all’arte. E, da persona che si definisce atea, posso confermare che, in certi momenti, si finisce quasi in trance, in uno stato di profonda connessione che ho trovato simile ai racconti di trance nella preghiera o nella meditazione.
14. Il tuo lavoro ti ha portata a incontrare Paesi e culture diverse. Cosa cambia quando il mosaico esce dal tuo contesto abituale e incontra un’altra cultura?
Il mosaico è stato ed è il mio biglietto per il mondo! Grazie a questo lavoro ho viaggiato e continuo a viaggiare molto e a conoscere persone di ogni Paese e cultura. È l’espressione stessa del fare mosaico: unire il diverso come valore aggiunto e non come ostacolo. In cantiere le persone si sporcano le mani, ragionano e mangiano allo stesso tavolo, si fa squadra e, essendo un lavoro appassionante, si creano quasi sempre contatti profondi e amicizie sincere. Personalmente, ho sempre trovato persone ben disposte ad accogliere le differenze, sia culturali sia tecniche, perché l’obiettivo è comune: si gioca tutti nella stessa squadra!
15. C’è un luogo, un incontro o un progetto internazionale che ha lasciato una traccia particolarmente profonda nel tuo percorso?
Più di tutti direi il progetto per i mosaici della moschea Mohammed Al Ameen, a Mascate, in Oman. È stato il mio primo cantiere internazionale e anche il più lungo: un anno di lavoro tra Emirati e Oman. Ovviamente ci sono stati tanti momenti importanti in quel cantiere, ma quello che più mi emoziona ancora oggi è stato riuscire a finire tutto entro la data della mia partenza.
Ero rimasta sola a gestire una squadra di decine di ragazzi indiani e pakistani, contro le aspettative dei colleghi tornati a casa e del capo cantiere. Lo dovevo a me e a loro. Abbiamo fatto ancora più squadra e sono rimasta insieme ai ragazzi fino a tardi ogni giorno, pur di arrivare a chiudere l’ultimo pezzo. Abbiamo messo insieme l’ultima tessera tra festeggiamenti, sorrisi e abbracci.
La mattina dopo sono partita e non sono più riuscita a tornare per vedere il lavoro montato, ma questo è un sogno da far avverare prima o poi!
16. Hai avuto modo di vedere alcune tue opere diventare immagini legate al mondo dei libri e della musica. Che effetto ti fa quando un tuo mosaico, nato come opera autonoma, viene scelto per accompagnare una storia o un progetto di questo tipo?
Ne sono rimasta molto stupita e onorata. In realtà, un solo mio mosaico è stato usato come copertina per un libro, mentre diversi altri sono diventati copertine di dischi e CD. La storia ha del magico, cercherò di non essere prolissa, ma credo ne valga la pena!
Feci un mosaico dedicato a Pinocchio, in cui a primo impatto si vede il volto di un bambino, ma poi, puntando la luce lateralmente, inizia a formarsi l’immagine del profilo del burattino, sul cui naso c’è il Grillo Parlante. Il titolo è “La metamorfosi dell’anima”. Ora non starò qui a spiegarne il significato, ma circa un anno dopo un editore mi scrisse di aver visto il mio mosaico e di volerlo, con il mio permesso, per la copertina di un libro in fase di pubblicazione. Il titolo? “La metamorfosi dell’anima di un burattino”!
Ovviamente sono saltata dalla sedia, e anche lui quando ha scoperto il titolo. Lo stesso è accaduto all’autrice, con la quale abbiamo iniziato un bellissimo scambio di mail e attendiamo di incontrarci tutti e tre di persona!
17. Quando realizzi un’opera destinata ad accompagnare un progetto altrui, quanto ciò che quel progetto vuole raccontare influisce sul tuo modo di concepire l’immagine?
Come già ho detto, non mi è capitato di realizzare appositamente una copertina per un libro, ma posso dirti che, quando mi sono state richieste per la musica, ho basato tutto il lavoro sull’ascolto delle note e degli autori, cercando di arrivare a una traduzione profonda di ciò che volevano raccontare, fino all’immagine che potesse darne un’anteprima.
18. Una copertina deve incuriosire, prima ancora che raccontare. Secondo te, quanto può essere importante lasciare nell’immagine qualcosa di non immediatamente spiegabile?
Molto. Come dicevo all’inizio, ci vuole un’esca per interrompere il lavorio del cervello e farlo fermare. Io la chiamo “metafisica”, ispirandomi al lavoro di Giorgio De Chirico, che realizzava quadri in cui, per il tempo, le situazioni erano così assurde da andare “oltre la fisica”, facendo fermare gli spettatori e poi provocando domande interiori o estetiche.
19. Il mosaico consiste nel mettere insieme frammenti fino a creare qualcosa che prima non esisteva. Che cosa ti ha insegnato questo lavoro sulla fragilità e sulla capacità di ricomporre ciò che si è spezzato?
Credo mi abbia donato un insegnamento che dovrebbe essere alla base dell’esistenza: non tutto si può aggiustare o “rimettere insieme” come vorremmo, ma la vita, se la segui, ti insegna che ci sono infiniti modi di mettere insieme le cose. Forse il modo in cui vorremmo farlo non dà sempre l’effetto finale migliore; allora si possono rimescolare le idee, le decisioni… le tessere e creare qualcosa di nuovo che magari è anche migliore di ciò che ci aspettavamo.
20. Hai avuto esperienze in cui il mosaico è diventato anche uno strumento di incontro e di comunità. Cosa può fare l’arte, secondo te, che una semplice conversazione, qualche volta, non riesce a fare?
L’Arte, il Fare, materializza i pensieri, le idee, i sentimenti. Le mani, come spesso dico agli studenti, hanno radici nel cuore; è così che siamo fatti e, se si riesce a creare qualcosa senza imporsi regole o immagini specifiche, ecco che l’anima prende coscienza e comunica in primo piano, dall’inconscio, tramite le mani. Ho creato appositamente un corso chiamato “Unconventional Mosaic”, in cui faccio proprio fare questa esperienza e, alla fine, tutti insieme diamo identità ai lavori che sono nati durante la sessione. Ciò che viene fuori è sempre stato causa di grandi emozioni, scoperte e consapevolezze.
21. Quando insegni a qualcuno a realizzare un mosaico, cosa speri che quella persona porti con sé alla fine: una tecnica, un’immagine o un modo diverso di guardare le cose?
Tutto! Ogni persona è diversa e ha necessità diverse: c’è chi vuole imparare la tecnica e non ha interesse a un lavoro sul sé, chi viene per staccare e rilassarsi, chi vuole provare esperienze fuori dal comune e non ha interesse ai tecnicismi. Per me è molto importante l’altro, sono importanti le sue esigenze e ciò che desidera capire, scoprire, imparare. Dove posso, cerco di dare tutto il possibile, ma spesso finisce che, oltre a ciò che ci si aspettava, si porta a casa molto altro!
22. C’è un’opera che tecnicamente non consideri necessariamente la tua più importante, ma alla quale sei legata per una ragione profondamente personale?
Sì, un mosaico che feci agli inizi: ritrae mia nonna. Lo feci quando era ancora in vita e a lei non piaceva per niente! Quando morì, mi proposi di rifarlo bene, ma negli anni, nei viaggi e negli spostamenti vari, quel mosaico mi ha sempre seguita e ho passato ore intere a parlare con lei attraverso quel ritratto. Sicuramente fatto male tecnicamente, ma pieno d’amore.
23. C’è un mosaico che, mentre lo realizzavi, ha finito per trasformare anche te?
Anche se un po’ tutti i mosaici mi hanno lasciato qualcosa, uno in particolare, “Il Dolore”, ha avuto un’importanza decisiva. In esso, durante un periodo molto difficile in cui mi ero totalmente persa, ho riversato tutto il mio dolore, il mio malessere, e la sua forma è lo spazio che sta dentro al mio abbraccio.
24. Se dovessi raccontare Virginia Zanotti attraverso un solo mosaico, quale sceglieresti? E cosa dovrebbe guardare il pubblico per capire davvero quella Virginia?
Domanda difficilissima! Non esiste un mosaico cardine: come le persone hanno tante sfumature e fasi, anche i miei mosaici accompagnano diversi periodi della mia vita. Non ne ho uno in particolare, ma molti che segnano diversi punti evolutivi!
25. C’è una tessera che ancora non hai trovato? Un’opera che aspetta di nascere, un materiale che vorresti ancora sperimentare o semplicemente qualcosa che senti di avere ancora da raccontare attraverso il mosaico?
Uh, tantissimo! Ho ancora molto da fare… un quaderno pieno di appunti! Di recente sono arrivata a creare dei mosaici senza confini netti e ultra leggeri, nonostante siano in marmo, ed era un’idea su cui ho lavorato per anni. Ora vorrei trovare un modo per creare da sola le tessere dei colori che mi servono: sto studiando il mondo della ceramica per questo!
Mentre un mosaico che ancora non ho fatto, ma è in lista, è quello di raccontare delle storie dentro le fughe fra le tessere e non dalle tessere stesse che, in quello scambio di ragion d’essere, diventerebbero semplicemente sfondo.
26. Se un giorno dovessi realizzare il mosaico della tua vita e potessi scegliere una sola tessera da rendere impossibile da rimuovere, quale sarebbe?
Wow, che volo pindarico! Se fosse il mosaico della mia vita, sarebbe probabilmente anche l’ultimo, per cui, forse, se fossi davvero certa che sia così, inserirei un mio osso, anche un frammento, ma uno di quelli che hanno contribuito a creare mosaici per tutta la mia vita… So che suona macabro, ma in fondo io credo che noi tutti siamo tessere di un mosaico più grande e questo sarebbe un atto, forse estremo, per dichiarare tutto il mio amore e la mia devozione a questa arte che mi ha dato così tanto e mi ha sostenuta, proprio come fanno le ossa di un corpo.
Considerazioni post intervista di Virginia:
Nel rispondere alle tue domande mi sono resa conto di quanto sia raro, oggi, incontrare qualcuno che abbia ancora questa voglia di cercare, leggere, approfondire e soprattutto di farsi domande.
Ho percepito che dietro questa intervista non c’era soltanto il desiderio di raccontare il mio lavoro, ma una curiosità autentica verso la mia storia, il mio percorso e il modo in cui guardo all’arte.
Le tue domande mi hanno fatto fermare e riflettere su aspetti della mia persona e del mio lavoro che forse non mi ero mai posta in quel modo. Per questo ti ringrazio: è stato bello, e anche inaspettato, sentirmi guardare attraverso domande così diverse da quelle che ricevo abitualmente.
E forse è proprio questo che mi ha incuriosita di te: capire chi fosse la persona capace di guardare con tanta attenzione il percorso di qualcun altro. Ho così iniziato a curiosare a mia volta nel tuo mondo, nei tuoi progetti, nelle cose che fai e nel modo in cui ti poni.
Credo che la curiosità, quando è autentica, possa creare incontri belli. E credo ancora di più nel valore delle parole, della gratitudine, dell’arte e di tutto ciò che può avvicinare le persone.
Per questo sono felice di averti incontrato attraverso il mosaico e di aver avuto l’occasione di conoscere, almeno un po’, anche il mondo che c’è dietro “Il Divulgatore.”
Continua a cercare, a scoprire e a portare luce.
E magari, un giorno, ci sarà anche l’occasione di incontrarci di persona.
Un caro abbraccio,
Virginia
L’opera è stata realizzata attraverso la tecnica indiretta, lavorando per giorni sul retro del mosaico, senza poter vedere direttamente il risultato finale. È proprio nel momento in cui l’opera viene finalmente girata che Virginia può scoprire ciò che fino a quel momento aveva soltanto potuto immaginare.
Davanti agli occhi prende così forma il volto di Minerva X, composto da tessere di marmo a spacco.
È un momento particolarmente suggestivo del lavoro musivo: dopo l’attesa, la curiosità e l’incertezza del procedimento, arriva finalmente il momento in cui il mosaico si svela.
MINERVA X
Marmi a spacco · Tecnica indiretta
47 × 43 cm · 2025







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