Il libro di Angela Ciarfaglia è arrivato a me attraverso uno scambio di libri avvenuto durante una presentazione congiunta alla Biblioteca D’Addosio di Capurso (Ba), il 20 settembre 2024. Io portavo Il Divulgatore di Poesie, lei portava Nulla accade per caso. Da quel momento siamo rimasti in contatto, e questo ha reso la lettura del suo libro più concreta, più incarnata. L’ho riletto recentemente, perché ho sentito che meritasse un articolo sul mio blog: alcune opere chiedono di essere restituite, non solo lette. E in questo caso anche la copertina lo suggerisce, perché l’immagine non è un’illustrazione scelta a caso, ma un dipinto dell’autrice stessa. Angela non scrive soltanto: dipinge. E questo rende il libro un oggetto ancora più suo, più intero.
Questo libro non si lascia attraversare con leggerezza. Non è una semplice raccolta poetica da sfogliare: ha una sua emotività. Le poesie non sono disposte per comodità, ma seguono un movimento interno che si percepisce subito. È un percorso che non procede in linea retta: avanza, si ferma, si incrina, riparte. E questa irregolarità è la sua forza, perché rispecchia il modo in cui tutti noi ci muoviamo davvero dentro le nostre emozioni.
All’inizio c’è il turbamento: un tempo che non consola, che ti guarda storto, che ti confonde. La mente inciampa, il corpo si irrigidisce, la lentezza diventa un tentativo disperato di trattenere ciò che scivola via. Le poesie sono brevi, tagliate, come se fossero state scritte in un momento in cui tutto era ancora troppo vicino, troppo vivo, troppo tagliente. È un mondo interiore che cerca la luce ma porta ancora addosso il peso del buio. Ed è credibile proprio per questo: non finge, non si trucca, non si mette in posa.
Poi, all’improvviso, cambia la temperatura. La parola si scalda, si muove, prende posizione. La passione non è un tema: è un fenomeno fisico. Il corpo entra in scena senza chiedere permesso. Mani, respiro, pelle, voce, desiderio: tutto si muove, tutto vibra, tutto brucia. Non c’è pudore, non c’è distanza. L’emozione non viene osservata: viene vissuta. È il momento in cui l’immobilità si spezza e la poesia diventa gesto, urgenza, incendio. Qui senti che l’autrice non sta più raccontando un’emozione: la sta attraversando. E tu la attraversi con lei.
E poi arriva il tempo della cura. Non come approdo, non come trionfo, ma come possibilità. La cura non è un balsamo che risolve: è un lavoro lento, fragile, quotidiano. È il momento in cui il dolore non viene negato, ma trasformato. La pace non arriva come un dono: si conquista a piccoli passi. Eppure c’è, ed è reale e tangibile. Il cuore “rosso palpitante” che attraversa queste pagine non è un’immagine poetica: è un segnale di vita, la prova che qualcosa continua a battere anche quando tutto sembrava fermo.
Il linguaggio di Angela è nudo, diretto, senza decorazioni inutili. Non cerca di essere elegante: cerca di essere vero. Molte poesie sembrano scritte in un unico fiato, come se l’emozione avesse premuto troppo forte per essere trattenuta. Non c’è artificio, non c’è compiacimento. C’è una voce che si espone senza protezioni, e questo la rende riconoscibile, umana, vicina.
Se dovessi scegliere una sola parola per raccontare questo libro, sarebbe “possibilità”.
La possibilità di cambiare direzione, di lasciarsi toccare, di non essere più prigionieri del proprio gelo. La possibilità di ricominciare. La possibilità di non soccombere al proprio passato, ma di trasformarlo in un movimento nuovo.
Nulla accade per caso non chiude niente, perché apre spiragli, apre domande, apre spazi interni che spesso ignoriamo. E lo fa senza rumore, senza pretese, senza voler insegnare nulla. Semplicemente mostrando un percorso che esiste, che è possibile, che è umano.
E c’è un’altra cosa che porterò nel cuore con questo libro: la dedica che Angela mi scrisse il giorno della presentazione. Una frase semplice e luminosa, che dice molto di lei e, in qualche modo, anche di me: “A Michelangelo alla sua dolcezza e al suo coraggio. Continua delicato e forte sulla strada dei tuoi desideri.”
È raro che una dedica risuoni così profondamente con ciò che poi si trova nelle pagine. Qui, invece, tutto coincide: la delicatezza, la forza, il desiderio, il movimento. È come se la sua mano avesse anticipato le emozioni che avrei sentito nel percorso emotivo del libro.
E anche con questo suo libro, mi accorgo che il mio compito rimane sempre lo stesso: custodire ciò che la parola accende. Non spiegare, non interpretare, ma riconoscere quando un libro porta con sé un movimento autentico. È questo che faccio quando divulgo: non porto le parole “al pubblico”, porto il pubblico dentro le parole. Cerco il punto in cui una voce diventa presenza, in cui un’emozione diventa passaggio.
Il libro di Angela Ciarfaglia questo passaggio lo apre con sincerità, con corpo, con una verità che non ha bisogno di alzare la voce. E per me, che vivo la divulgazione come un atto di restituzione, è naturale farle spazio.
Perché alcune parole non vanno solo lette: vanno accompagnate fuori, lasciate camminare, e far sì che chi legge possa riconoscersi in esse.
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Michelangelo Di Gennaro


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