“La Grande Madre” di Laura Rangoni

Ho incontrato Laura Rangoni mentre cercavo libri sul paganesimo, in quanto come divulgatore sono sempre alla ricerca di testi da studiare. Cercavo un linguaggio che non fosse né ricostruzione forzata né spiritualismo da vetrina, ma che parlasse alla radice, non alla superficie. Tra i titoli che stavo valutando, La Grande Madre si è fatto notare particolarmente: un libro sottile, quasi anonimo, ma con una carica energetica tutta sua. L’ho preso con aspettative alte, che sono state ripagate pagina dopo pagina.

Leggendolo ho capito che dietro quelle pagine c’era una donna che aveva attraversato territori che oggi quasi nessuno guarda più: il femminile come origine, non come simbolo; la memoria come corpo, non come teoria. Ho scoperto dalla sua biografia sul web che non è più fra noi. La notizia non mi ha colpito come un fatto, ma come una discrepanza: una voce così viva, e un silenzio così definitivo decretato da un improvviso attacco cardiaco.

È da quella frattura che nasce questo articolo, ed è per questo che ho deciso fosse importante parlare di lei.

La Grande Madre non è un libro che si legge in una volta sola. Io, almeno, non ci sono riuscito. Ci ho messo un anno, non perché non fosse interessante, ma per l’esatto contrario: ogni capitolo apriva un varco che non potevo attraversare di corsa. Mi fermavo, studiavo, cercavo altrove ciò che lei accennava con naturalezza. Approfondivo miti, confrontavo fonti, tornavo indietro. Era un libro che non chiedeva di andare avanti: chiedeva di restare.

Rangoni ha una scrittura che non spiega, ma orienta. Lascia indizi, e se vuoi seguirli devi farlo tu, con il tuo passo. È questo che mi ha rallentato: la densità nascosta sotto la semplicità. Ogni pagina sembrava dire “non avere fretta”, e io non l’ho avuta.

Il libro attraversa culture, epoche, simboli, ma non lo fa con l’arroganza di chi vuole dimostrare qualcosa. Parla della Grande Madre come di una presenza che precede tutto: la terra, il sangue, la nascita, la memoria. Non c’è estetizzazione del femminile, non c’è retorica spirituale. C’è un ritorno all’origine, nudo e diretto.

E soprattutto, ed è un punto che va detto con chiarezza, Rangoni non scrive per allontanare dalle religioni. Non propone un’alternativa, non costruisce un culto parallelo, non cerca adepti. Il suo lavoro vuole ricordare che ogni credo, se vissuto con autenticità, porta alla stessa radice. La Grande Madre non è un invito a cambiare fede, ma a riconoscere che la fede è un gesto, non un’etichetta. Non importa quale religione si professa: importa come la si abita.

Leggendola, ho capito che l’autrice non stava costruendo un discorso, ma ricostruendo un legame: tra la donna e la terra, tra il mito e il corpo, tra la storia e ciò che resta quando la storia si sgretola. E anche tra l’essere umano e il proprio modo di credere, qualunque esso sia.

Di conseguenza ho cercato chi fosse. Giornalista, scrittrice, studiosa di tradizioni popolari, ricercatrice di antropologia magico‑religiosa. Una donna che passava con naturalezza dalla magia popolare alla gastronomia, dalle piante officinali ai miti antichi. Non c’era separazione: tutto apparteneva allo stesso gesto, allo stesso modo di stare al mondo. Una donna che non divideva, ma univa.

La sua morte è arrivata in silenzio, e in silenzio è rimasta. Nessun clamore, nessuna celebrazione. Una notizia che molti hanno scoperto tardi, quasi per caso. Ma forse è coerente con il suo modo di esserci: discreto, laterale, mai al centro della scena. Le persone così non scompaiono: si spostano. Diventano eterne, continuando a lavorare dove non si vede.

La Grande Madre è uno di quei libri che non ti lascia come ti ha trovato. Non solo perché ti insegna qualcosa, ma perché ti costringe a ricordare ciò che in maniera ancestrale già sapevi e avevi dimenticato. E forse è per questo che la sua voce, dentro quel libro, è ancora viva e continua a lavorare.

Questo articolo non è un ricordo, ma un gesto di riconoscenza verso di lei. Un modo per dire che certe presenze non si misurano in visibilità, ma in continuità. E Laura Rangoni continua ad esserci: nelle sue pagine, nelle sue erbe, nei suoi miti, nelle sue mani che hanno cucinato e scritto con la stessa cura. In quel libro sottile che non pretendeva nulla e che invece mi ha aperto una grande porta.

E forse è per questo che il suo libro mi ha accompagnato così a lungo: non per insegnarmi qualcosa, ma per riconoscere e darmi conferma di ciò che già viveva in me. La fede non è un sistema, è un modo di respirare il mondo. Lei non lo ha messo in discussione: lo ha semplicemente riportato alla luce.

Michelangelo Di Gennaro

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