I libri si leggono, ma ce ne sono alcuni che ti leggono dentro.
“Fate gli Alunni” di Pasqua Carbonara (ed. La Rambla) appartiene alla seconda categoria: non ti chiede solo di seguire una storia, ma di lasciarti attraversare. È un romanzo che nasce nella scuola, ma la scuola è solo il punto di partenza. Il vero viaggio è altrove: nelle emozioni, nei ricordi, nelle parti di noi che credevamo sedimentate.
Io amo la storia, o meglio: amo le storie.
Le vite degli altri, i loro percorsi, le loro cadute e le loro rinascite hanno sempre acceso in me una sete di conoscenza che non si spegne. Vivere la storia altrui è, per me, una forma di viaggio nel tempo.
E questo libro mi ha fatto viaggiare.
Mi ha portato indietro e avanti, dentro e fuori, come fanno solo le storie che hanno un’anima.
Leggendolo, mi è sembrato di accompagnare sia la protagonista, Paola Sannio, sia l’autrice stessa. Perché la storia non nasce solo dalla fantasia: attinge alla vita reale, alla carne viva dell’esperienza di chi la scrive. E questa doppia presenza (personaggio e autrice) crea un effetto raro: non segui una trama, segui due esistenze che si intrecciano. E mentre le segui, inevitabilmente, ritrovi anche la tua.
L’anno scolastico raccontato nel romanzo ha fatto riaffiorare in me ricordi che credevo lontani: i corridoi delle mie scuole superiori, le attese prima delle interrogazioni, i professori che hanno lasciato un segno, le prime consapevolezze, le prime ferite, le prime scoperte.
I riferimenti alle lezioni, ai programmi, alle dinamiche di classe hanno riacceso in me ciò che il titolo del libro ci indica: “fate gli alunni”.
E così è stato.
Ho fatto l’alunno e non tra i banchi, ma nei miei ricordi.
Ho rivissuto il mio essere studente, con tutto ciò che comporta: la curiosità, la paura, la meraviglia, la voglia di capire e quella di scappare.
È stato un ritorno dolce e spiazzante, come quando apri un cassetto che non aprivi da anni e ritrovi qualcosa che credevi perduto.
E poi ci sono stati i frammenti.
Frasi che non ho scelto io: mi hanno scelto loro.
Parlavano dell’illusione come forma di luce, della notte come grembo, della materia che siamo e di quella che cerchiamo, del limite della conoscenza, dell’interezza, dell’amore che non colma ma espande.
Sono parole che non si limitano a descrivere: ti aprono.
Ti fanno domande che non sapevi di avere.
Ti riportano a te stesso, come se qualcuno avesse messo in ordine pensieri che avevi sparsi dentro.
Questo libro mi ha fatto ridere, sorridere, commuovere e anche piangere.
Mi ha ricordato che la scuola non è un luogo che si abbandona, ma è un luogo che resta.
Resta nei gesti, nelle scelte, nelle paure, nelle possibilità.
Resta nella materia di cui siamo fatti.
Resta in quel modo tutto nostro di guardare il mondo, che nasce proprio lì, tra un banco e una finestra.
“Fate gli alunni” è un romanzo che non si chiude quando lo chiudi.
Continua a camminarti accanto, come fanno le esperienze che contano.
E mentre lo attraversi, ti accorgi che stai tornando al ruolo più autentico che abbiamo nella vita:
quello dell’alunno.
Non per imparare nozioni, ma per imparare di nuovo a riconoscerti.
Il libro mi è stato donato dall’autrice, come scambio con l’ultimo che ho scritto.
E questo gesto, semplice e antico, ha un valore speciale per me.
Perché sì, sono un autore, amo scrivere, amo costruire mondi e parole.
Ma prima di tutto, e lo rivendico con orgoglio, sono un avido lettore.
Un libro mi aiuta a crescere, a cambiare pelle, a vivere tante vite.
Come diceva Umberto Eco:
“Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni.”
“Fate gli Alunni”, ha fatto proprio questo: mi ha donato una vita in più!
Michelangelo Di Gennaro


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